Il mio Diario.

mercoledì 5 ottobre 2011

Il mio Contributo di Raffaele AngoloBuio.

Rubo le parole di un caro amico per il quale ho molta stima,
trovo sia stato bravo a esprimere la sua vena masochista,
e ancor di più, penso sia stato esaustivo nel descrivere la paura più grande per una sottomessa.
Grazie Raffaele.


Avevo consociuto su Facebook questo bel terzetto: un Master, sua moglie switch ed una schiava.
La schiava, in pratica, viveva a casa dei suoi padroni.
Cioè, aveva una sua vita, una sua casa ( bambocciona, ovviamente ), ma passava davvero tanto tanto tempo a casa dei suoi padroni.
Mi incuriosì, prima della situazione ovviamente intrigante di per se, l’estrema compostezza ed allegria della schiava.
Ma andiamo con ordine.
Ovviamente, prima conobbi Claudia, la schiava. L’avevo aggiunta ai miei contatti ed avevamo avuto un lungo e proficuo scambio di opinioni e pensieri in chat e sulle rispettive bacheche.
Pian piano ci eravamo vicendevolmente aperti ed ascoltati, consolati ed incoraggiati.
Claudia ci mise quasi un anno a confessarmi la sua condizione: un lavoro relativamente sicuro ma mediocremente pagato, in cui le sue capacità erano oggettivamente sprecate dato che riusciva a svolgerlo con successo nonostante passasse gran parte del suo tempo sul web.
Una famiglia opprimente ma non tanto, da cui non poteva distaccarsi per meri motivi economici.
E Giorgio e Carla.
Giorgio e Carla a cui si consegnava spesso, più volte a settimana.
Per farsi torturare e segregare.
Per i suoi genitori lei passava le notti del sabato in giro con gli amici.
Ma non rimasi sconvolto quando vidi in foto dove passava quel tempo:
in uno sgabuzzino arredato a cella, con un secchio per la pipi ed una brandina a cui era regolarmente incatenata.
Ero più che altro invidioso delle sue sensazioni, del suo essere così appagata, della sua stabilità.
Fotografie e resoconti di sessione non fecero che aumentare la mia quasi invidia, collegata ad una tenerezza di cui non riuscivo a spiegare l’origine.
Claudia non era una bellezza da copertina.
Piuttosto giunonica ed abbondante, aveva un bel viso dolce con occhi chiari e capelli dorati ed una pelle che assorbiva le cinghiate come carta assorbente l’inchiostro.
Il mio nome fu fatto a Giorgio e Carla.
Loro non usavano molto il web, ma lessero i miei racconti e visitarono il mio profilo e quello che lessero gli piacque.
Mi proposero di assistere, ovviamente da remoto, ad una sessione.
Accettai.
Non fu una bella esperienza.
Non perchè ci furono problemi o scortesie.
Anzi.
Avevano acquistato una webcam semiprofessionale e potei godere di uno spettacolo nitido ma devastante.
Gli sposi erano crudeli, insopportabilmente crudeli con la mia amica.
Torture alternate e contemporanee ad uso sessuale intenso e doloroso.
Il Pene dell’uomo si alternava tra l’ano e la bocca della mia amica, mentre la lingua di Claudia era sempre ben addentro le intimità di Carla.
La cosa sconvolgente non era tanto la quantità di sofferenza inflitta, ma l’assoluta gratuità della stessa.
Claudia si comportava come una schiava perfetta, mai un errore, mai una esitazione.
Nuda, senza un pelo sfuggito al rasoio, assumeva le posizioni appropriate nell’istante giusto, sottomettendosi alle torture che ricambiava con orgasmi per i suoi carnefici.
Alla fine, tra le lacrime, Claudia ringraziò i suoi Padroni e ci salutammo.
L’indomani cercai di capire se quella sessione fosse una specie di eccezione, ma Claudia, serena a candida, mi rassicurò che era sempre così: i Padroni erano molto sadici e ritenevano che lei dovesse solo soffrire e farsi scopare.
E basta.
Il tempo passò ma l’esperienza mi aveva profondamente turbato.
Claudia aveva passato due anni in quelle condizioni.
Era ‘normale’?
Stava ‘bene’?
A me sembrava di sì.
Quando non si trovava ad urlare nel bavaglio leggeva, andava al cinema e faceva sport.
Aveva bei gusti musicali e un miglior senso dell’umorismo.
Ero tristemente perplesso.
Dentro di me si faceva strada una specie di tarlo.
Giunse la proposta di una seconda partecipazione.
Ma con ruolo più attivo.
Accettai a condizione che potessi far soffrire molto la mia amica.
I Padroni acconsentirono.
Quando Claudia fu lasciata nelle mie ‘mani virtuali’ era nuda, le mani legate dietro la schiena con collegato un gancio infilato nell’ano ben teso, collare, mollette ai capezzoli e sulle grandi labbra.
Bendata.
Sulle cosce, i rossi morsi della cinghia.
Esordii con le formalità: saluti e ringraziamenti ai padroni, ovviamente.
Poi, chiesi di sbendare la schiava.
“Ciao, Claudia, guardami negli occhi.
Bene, il chiamarti per nome e il dovermi guardare in faccia fa parte della tortura che ho in mente per te. Sappi che dovrò infliggerti una grande sofferenza, un dolore tale che la nostra amicizia potrebbe risentirne”
Lei, ovviamente, tacque.
“Bene, ora descrivimi il dolore che stai provando adesso”
“Signore, mi fanno male le cosce per le cinghiate, le spalle e i polsi per la costrizione e il culo per il gancio e le alte cinghiate, i capezzoli non mi fanno quasi più male e ho solo fastidio alla figa.”
“Quindi non stai soffrendo molto?”
“Signore, no, non sto soffrendo molto”.
Lei, impeccabile. Dietro di lei, come predatori, i suoi padroni, con gli strumenti pronti.
“Che cosa farai quando tutto questo finirà?”
“Signore, non capisco.”
“Ah, Claudia, Claudia, voglio sperare che tu non abbia capito davvero, sarebbe assai grave altrimenti. Facciamo così, diciamo che voglio spiegarmi meglio io.
Cosa farai quando i tuoi padroni ti cacceranno via?”
“Ma perchè mi dice questo?”
“Claudia,mi meraviglio: fai domande invece che fornire risposte e ti rivolgi a me in modo non appropriato. Credo che chiederò ai tuoi Padroni di punirti, vediamo, una ventina di colpi di cane sulle tette potrebbero essere adeguati, che ne dite?”
Senza neppure rispondermi, Giorgio e Carla si posizionarono  ai lati di Claudia ed iniziarono a lavorare sul suo corpo..
Mi resi subito conto che esageravano apposta, più del solito
Ogni colpo lasciava una riga sui grandi seni di Claudia.
Le mollette furono strappate via quasi subito e prima del decimo colpo Claudia piangeva e alla fine della punizione quasi barcollava.
“Inginocchiati, Claudia, così ti ricorderai di stare al tuo posto.”
Piangendo, con lentezza, Claudia si inginocchiò procurandosi altro dolore a causa del gancio anale.
Le lacrime erano inarrestabili, ma composte.
“Claudia, ora non puoi far finta di non capire. Voglio sapere da te se hai pensato a cosa ti succederà quando i tuoi padroni ti cacceranno.”
“Signore, io.... Io.... Io non credo di averci mai pensato.”
“Non credi? Che significa? Significa che ci hai pensato e non ti sei data risposta o che non ci hai mai pensato?”
“Signore, non ci ho mai pensato, perchè i miei Padroni dovrebbero scacciarmi?”
“Hai fatto un’altra domanda, Claudia, un’altra domanda che non avevi il diritto di fare. Meriti senz’altro una punizione, punizione che lascio decidere ai tuoi padroni ma che espierai più tardi. La tua domanda anticipa le mie affermazioni: i tuoi Padroni ti scacceranno senz’altro.
Non sarà domani, o tra un mese.
Ma lo faranno.
Sono sadici.
Quindi vogliono che tu soffra.
Però vogliono anche godere delle tue sofferenze.
E tu invecchi.
La pelle già non è più elastica come prima.
I segni del cane non vanno via subito: credo che avranno voglia di aspettare che le tue tette tornino bianche con comodo?
Non è questione di girovita, Claudia.
E’ questione di usura.
Tra poco non riuscirai a stare legata come piace a loro, ti devi rassegnare.
Oh, certo, non sarà domani o tra un mese.
E neppure tra un anno.
Ma prima o poi sarai gettata via.
Anche perchè secondo me li annoi con tutta la tua perfezione.”
Le lacrime iniziarono, copiose, a scendere dal suo volto ammutolito.



Io proseguii.
“I tuoi padroni troveranno una ragazza più giovane e godranno a lungo della tua disperazione.
Magari all’inizio ti affiancheranno alla tua sostituta.
E tu cercherai rassicurazioni, e le otterrai.
Vivrai l’ansia di non essere convocata, di sentirti dire ‘la prossima volta’.
Ma un giorno, nel modo più doloroso, saprai che il tuo tempo è passato.
Che, per te, il tempo delle carezze è tramontato.
Lo so che non ci pensi, che non vuoi pensarci.
Ecco, ecco il mio dono per te, per questa sessione e per i giorni a venire.
Ti regalo una consapevolezza anticipata e prolungata delle sofferenze e della solitudine che ti aspettano.”
Claudia piangeva e aveva smesso di guardare nella webcam.
Non mi sentiva più.
Carla le si avvicinò, ma non per frustarla. Si inginocchiò e la abbracciò.
Carlo interruppe il collegamento.
Restai seduto davanti al monitor, con dentro una sensazione composita.
Non avevo pianificato nulla.
Quelle parole mi erano uscite dal cuore. Purtroppo.
E, dal cuore, sgorgava un altro sentimento sconosciuto: la pura gioia sadica della sofferenza inflitta a sovrastare la sensazione del mio pene che si era fatto marmo.
La pietà era fuggita via.


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